Uganda: tradizione e modernità, generazioni divise

di Chiara Conti

www.unimondo.org

1 ottobre 2016

Uganda, un piccolo Paese con una popolazione di  circa 40 milioni di abitanti in Africa orientale,  un territorio che ospita circa 40 lingue  e molte etnie, un mosaico. Un popolo estremamente giovane, infatti quasi il 50%  ha meno di 15 anni. Il principale gruppo etnico è formato dai Baganda, che costituiscono circa il 17% della popolazione, abitano la regione centrale del Buganda (una monarchia costituzionale con parziale autonomia con un re detto "kabaka", ad oggi ha soprattutto poteri di rappresentanza e rituali ma tradizionalmente è ancora molto forte e seguito). Il governo locale cerca di mantenere il più possibile l’identità culturale, tradizionale di ciascuna etnia, soprattutto della più popolosa, minacciando la perdita della propria identità, delle proprie radici e scoraggiando i giovani a mimare le culture occidentali che non gli appartengono.

L'organizzazione sociale Ganda segue il patrilignaggio e l'organizzazione in clan dotati di un capo clan e un consiglio di rappresentanti delle diverse famiglie. I capi clan hanno diversi compiti tra cui le decisioni sui matrimoni (in genere organizzati in modo da unire diverse famiglie in funzione di alleanze politiche e sociali), la gestione dei terreni, la riscossione dei tributi, e la cura della coesione sociale del clan. La famiglia tradizionale ganda viene spesso descritta come un micro-regno. Il padre viene rispettato come un sovrano; le sue decisioni non vengono messe in discussione. Lo status sociale di un uomo è determinato anche dalla rete di relazioni clientelari che riesce a stabilire; per cementare questo genere di relazioni, spesso il padre manda i propri figli a vivere nelle case dei suoi protettori. Tutt'oggi, i Baganda ritengono che i bambini maturino più rapidamente se vengono allontanati dai propri genitori fin da piccoli. Numerose regole sociali contornano il sistema clientelare Baganda; gli uomini di status sociale elevato, per esempio, sono tenuti a dimostrarsi ospitali e generosi e dotati di grande autodisciplina e fiducia in sé stessi.

 

La capitale dell’Uganda, Kampala, con  circa 1 milione e mezzo di abitanti è una città caotica, con palazzi altissimi, supermercati aperti 24 ore al giorno, superstrade affiancate da baraccopoli, case di fango, bancarelle. Ad ogni angolo si è confusi, divisi in due tra modernità e tradizione. Questo dualismo va ben oltre gli edifici e le infrastrutture. Io e la mia famiglia quando abbiamo vissuto in Uganda per un paio d'anni abbiamo conosciuto bene il popolo dei Baganda, e ci siamo stupiti nel notare come la spinta verso il progresso e la forza delle radici convivano tra i giovani ugandesi come i nostri amici Ddungu e Peraja.

 

Ddungu e Peraja sono una coppia giovane, moderna ed emancipata. Hanno una bimba dell’età di nostro figlio, e per questo abbiamo iniziato a frequentarci. Lui era responsabile delle risorse umane in un ospedale rurale, collega di mio marito, lei studiava per un master in economia. Peraja porta spesso minigonne, escono spesso con gli amici, vanno volentieri in capitale a fare spese e divertirsi.  Le conversazioni con loro sono sempre ricche e divertenti. Nel villaggio dove vivevamo hanno una piccola casa con il divano più grande della camera da letto, che occupa tutta la sala, la televisione al centro, molti telefoni cellulari sul tavolino. Una domenica siamo stati invitati a casa loro per una birra ma per mostrarci le tradizioni ci hanno offerto le banane matoke, cibo tipico ugandese, avvolte dentro le foglie delle stesse e cotte al vapore sopra alle braci. Si devono mangiare con le mani, soltanto con la destra, e l’impaccio di noi italiani ha scatenato grandi risate. Ddungu si prodigava per aiutare la moglie nelle faccende domestiche, ad accudire la bambina, proprio come fa mio marito con me.

 

Il fine settimana successivo siamo stati invitati al villaggio dei genitori di Ddungu, le due giovani famiglie insieme per una scampagnata, abbiamo riso e scherzato in macchina. Poco prima di addentrarci per gli ultimi chilometri di sterrato che portano al cuore dell’Uganda, nei villaggi sperduti e fuori dalle arterie principali, ci siamo fermati. Peraja doveva cambiarsi, ha estratto dalla borsa un vestito tradizionale lungo che copre gambe e braccia, da indossare per coprire minigonna e camicetta. Mi ha sorriso mentre si cambiava dicendomi: “stiamo andando dai suoceri non posso certo arrivare così scoperta”. Per fortuna anche io indossavo una gonna lunga fino ai piedi. All'arrivo ho notato che si è allontanata immediatamente con la bimba, mentre noi intanto venivamo accolti e invitati a sederci su divani giganteschi all'interno di una scarna casetta in muratura. Un tavolino davanti a noi al quale si succedevano donne di ogni età a portare bicchieri e  bevande. Mi sono così accorta di essere l’unica donna in mezzo a tutti gli uomini della famiglia. Ad un certo punto è comparsa la mia amica, si è inginocchiata per servirci il cibo, con lo sguardo rivolto verso il basso. A me ha imbarazzato profondamente e così con la scusa di mio figlio che sgambettava dappertutto ho approfittato per uscire e andare sul retro della casa dove ho scorto tutte le donne sedute sulle stuoie sia all’esterno che all’interno della cucina che chiacchieravano, ridevano, cucinavano e mangiavano.

Per i baganda, ho scoperto quel giorno, la nuora non può stare nella stessa stanza del suocero se non per pochi minuti, e in quel caso non può mai guardarlo negli occhi. Pare che sia una forma di rispetto mista a timore di possibile seduzione. Le donne vivono una vita separata, di servizio e riverenza nei confronti degli uomini e accudimento esclusivo dei figli.  A parlarne mi parrebbe uno scempio a viverlo , però,  ho notato come nella loro dimensione prettamente femminile si sentano pienamente a loro agio.

 

La coppia di amici che ho visto a casa loro, moderna, emancipata e con i ruoli assolutamente mescolati ha atteggiamenti opposti a casa dei genitori, al villaggio.  Una metamorfosi che a noi ha scioccato, avvenuta in pochi minuti. Ci continuiamo a chiedere come sia possibile vivere due vite quando per noi ci sono voluti secoli per raggiungere certi diritti, certe conquiste. Il quesito, come tanti in Africa, non ha ancora una risposta ma la cosa che mi stupisce di più in assoluto è la gioia, la serenità e l’orgoglio con cui i ragazzi sono entrati nelle loro ancestrali tradizioni e poi ne sono usciti per continuare la loro vita. Probabilmente lo fanno ogni fine settimana ma sempre con il sorriso sulle labbra.