Uganda: il ponte che salva la vita

Una passerella di pochi metri sospesa su un torrente è il simbolo della speranza per chi fugge dalla guerra civile del Sud Sudan. Un grande racconto d’autore sul Paese impegnato ad accogliere un popolo in difficoltà

 

di Giuseppe Catozzella

26 gennaio 2017

 

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Arrivato dentro il bosco di Busia, dove un torrente segna il confine geografico tra Sud Sudan e Uganda e dove Unhcr ha costruito un ponticciolo di legno per consentire un passaggio a chi passa da lì per fuggire dalla guerra, mi viene alla mente una frase che ritorna ogni volta che mi trovo su un territorio di guerra, una frase terribile che Primo Levi scolpì in "Se questo è un uomo": «Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?». Forse non c’è considerazione più amara sul nostro essere umani. Se l’esperienza del passato non conta, in cosa siamo diversi dall’animale, che invidiamo proprio per la sua smemoratezza? E l’Uganda è memoria. In qualche modo è memoria viva, stratificata, archeologica, delle guerre di questa parte martoriata di centro Africa. Superati i propri conflitti degli anni Ottanta - la famosa “Operazione Bonanza” in cui morirono trecentomila persone - e aver prodotto a sua volta un altissimo numero di rifugiati, ora l’Uganda è un modello di accoglienza non soltanto in Africa, ma nel mondo. Questo paese inaspettatamente verdissimo, dove dal lago Victoria ha origine il divino Nilo, ospita un milione di rifugiati, stratificati negli anni da tutti i paesi limitrofi che hanno conosciuto la guerra (Sudan, Darfur, Sud Sudan, Congo, perfino Somalia ed Eritrea).

 

Di là dal ponticello ci sono due ragazzi di forse diciott’anni, con Ak-47 vecchi e calcati sulle spalle. Jeans, due magliette consumate, una rossa del Liverpool, l’altra bianca. Sono soldati delle milizie dei ribelli, presidiano il confine della provincia sudsudanese di Morobo. Dieci giorni fa, di là dal ponte ci sono stati combattimenti tra i governativi e i ragazzi con i kalashnikov: sono morti in nove, le pallottole hanno colpito anche due migranti, due ragazze. Di qua dal ponte, miliziani in divisa, l’esercito regolare ugandese. Sono settimane che stanno qui di pattuglia, ormai si conoscono con i ribelli: si scambiano saluti e gesti d’intesa attraverso il corso d’acqua.

 

Tra i due gruppi armati transita il fiume costante di chi fugge la guerra. La guerra in Sud Sudan, il più giovane paese del mondo, ricco di petrolio, è una guerra violentissima e terribile, che ricorda da vicino i metodi del genocidio ruandese del 1994. Da quando, nel 2011 - appena uscito dall’altro infinito (scoppiato nel 1955) e sanguinosissimo (due milioni e mezzo di morti) conflitto per l’indipendenza dal Sudan dell’integralista islamico Jafar a-Nimeyri - il Sud Sudan si è ritrovato autonomo, le etnie rivali hanno preso a martoriarsi. La prima fase della guerra è scoppiata nel dicembre del 2013, quando le milizie di etnia Dinka fedeli al presidente Kiir hanno iniziato ad attaccare quelle di etnia Nuer dell’ex vicepresidente Machar. Il 7 luglio del 2016, poi, nella capitale Juba è scoppiata la seconda parte del conflitto, che vede sempre l’esercito governativo Dinka adesso contro un più vasto esercito di ribelli, di cui fanno parte i due ragazzini-vedetta, che raggruppa gruppi etnici avversi ai Dinka: gli Shulluc, gli Acholi, i Lotuhu, oltre ai Nuer.

 

Di qua dal ponte, il flusso di rifugiati è non grande ma costante, ogni giorno ne entrano duemila. Il caldo è opprimente, ci saranno 35 gradi, le dieci di mattina. Arriva una donna con in braccio un neonato, in equilibrio sulla testa ha un materasso arrotolato. Subito dietro un uomo, viaggia solo, accompagnato da quattro caprette e tre galline chiuse dentro una gabbia che porta attaccata con uno spago al collo, a ogni passo gli batte contro il fianco. Come oltrepassano il ponte si sentono allo stesso tempo sollevati e stremati. Alcuni si accasciano a terra, è la resa della pace. Mi avvicino all’uomo che viaggia solo, gli chiedo come si chiama. «Emanuel», mi risponde.

 

Capisce il mio inglese, parla poco. Ha 42 anni, ne dimostra 60. Raggiunge finalmente la famiglia in Uganda, loro erano partiti a settembre. «Se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero» scrive sempre Primo Levi. È questa l’immagine che ho di Emanuel, una camicia strappata, i sandali rotti, le galline che parlano per lui e le capre che belano. Lui non mi dice più niente, avanza.

 

Dal confine ci spostiamo poi a Kuluba, chi arriva qui viene trasportato a bordo di camion dallo staff di Unhcr e dei suoi partner. A Kuluba viene registrato, vaccinato, sottoposto a screening medico e profilassi malarica, polio, morbillo, poi pesato. A ognuno viene pinzato un braccialetto al polso, alla fine delle visite mediche gli viene colorata l’unghia del mignolo della mano sinistra: sono pronti per spostarsi a Bidibidi, il secondo campo profughi più grande del mondo, 250mila abitanti, 250 km quadri.

Chi fugge la guerra lo sa, è lì che vuole andare: a Bidibidi. A Kuluba parlo con una famiglia appena arrivata. Sono stremati, passati gli screening medici. Nessuno è portatore di malattie o malnutrizione. Ci sistemiamo sotto una tenda, ci sediamo in cerchio su sedie di plastica. Sono i due nonni e i sei nipoti, tre maschi e tre femmine, dai tre ai dodici anni, finalmente raggiungeranno i genitori. Hanno camminato per giorni. Il nonno mi racconta della guerra. Le parole si fanno lente, gli occhi s’inumidiscono. «Abbiamo visto persone sgozzate, nel nostro villaggio» dice a voce bassa. È una guerra combattuta dentro i villaggi, nel mezzo degli accampamenti, dentro i boschi, nel fitto delle foreste. È una guerra sporchissima che per lo più mira ai civili. I metodi ricalcano quelli del genocidio ruandese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Le milizie utilizzano grandi coltelli e tagliano gole», mi dice il nonno. Che siano governativi o ribelli, assaltano villaggi, spesso nel cuore della notte, piombano nelle capanne di legno e fango. Sgozzano, violentano, reclutano i più giovani a nuovi soldati. Rimanere è impossibile, mi dice. I nipoti non parlano, per lo più mi guardano sospettosi da sotto in su. Ci salutiamo, l’uomo mi stringe la mano così forte da farmi male, pare non voglia lasciarla andare. Visitiamo le cucine, non ho mai visto pentoloni tanto grandi. Nasir Abel Fernandez, esperto di emergenze di Unhcr, mi spiega che dentro quelle pentole si sono anche cucinati diecimila pasti in un solo giorno. Mi portano a vedere le tende con i sacchi di cibo, cereali, grano, scorte d’acqua. Alcune delle persone che ogni giorno transitano da Kuluba, nella loro vita non hanno mangiato altro che questo: cibo inscatolato da grandi organizzazioni umanitarie. Sono somali, sudanesi del Darfur, congolesi: da sempre vivono spostandosi per i campi profughi. Non conoscono altra vita che non sia la vita segnata dalla guerra.

 

Andiamo poi a Busia, esempio virtuoso di villaggio ugandese in cui è la stessa comunità locale a provvedere alla prima accoglienza. Di nuovo, chi arriva viene registrato, poi sono consegnati acqua e biscotti energetici. I bambini li guardano con avidità, mentre aspettano il loro turno, in braccio alle mamme, dentro la lunga fila. Tra neonati che strillano si staglia una presenza differente: un uomo alto e magro, elegante. Stringe una radiolina al petto, sembra la cosa più preziosa al mondo. Mi avvicino, gli chiedo se ha voglia di parlare. Solo allora guardo bene: quest’uomo è un prete. Si chiama William Agele (che significa “scelto”), e ha 31 anni. Ha visto tutta la famiglia massacrata dai Dinka del governo, eppure ancora crede in Dio: «La mia fede s’è fatta più forte da quando sono solo», dice. Prima di passare il confine ha trascorso tre mesi nascosto nella foresta, l’attraversamento non era sicuro. Mi dice che la gente, là dentro il bush, non ha cibo, e beve l’acqua che trova.

 

«Acqua che cresce vermi nello stomaco». Gli chiedo della radio. «È per rimanere in contatto con quello che accade nel mondo», dice. «Se devo tenere un sermone, è bene che conosca ciò che accade». Gli chiedo se ha voglia di descrivermi la guerra che si è lasciato alle spalle. «È un genocidio», risponde. «Un genocidio». Gli occhi si riempiono di lacrime. «Con noi è arrivata una ragazza che avevo incontrato nel Viaggio attraverso la foresta… Viaggiava col fratello. I Dinka l’hanno trovato e l’hanno ammazzato sotto un albero, solo perché sospettavano che fosse un ribelle. Non era vero, lo fanno continuamente. La guerra acceca e fa venire sete. Non ho mai sentito nessuno piangere per così tanto tempo come questa ragazza». Lo lascio. Verrà registrato e medicato. Poi portato a Bidibidi.

 

Ci andiamo anche noi. Di questo campo ormai ho nella testa un’immagine quasi mitizzata. Lo immagino come un enorme purgatorio di anime disorientate. Il campo è sterminato, per andare da parte a parte ci vogliono cinque ore d’auto. Arriviamo nella Zona 5, dove giungono i nuovi venuti. Tutti vengono messi, di nuovo, in fila per uno o per famiglia. A ognuno viene dato un foglietto che sarà compilato con nazionalità e nome, poi punzonato a seconda se solo o in famiglia, e a seconda del numero di fratelli o delle malattie o della malnutrizione, e dell’età. Al termine della registrazione, c’è una notte in grandi tendoni bianchi di Unhcr.

 

Dal giorno dopo, la libertà, o quasi: a ogni famiglia verrà assegnato un lotto di trenta metri per trenta di terra, dentro il mitologico Bidibidi. La coltiveranno, la faranno fruttare, mimeranno la vita di prima. Il piano del governo, in accordo con Unhcr, è quello di integrare i rifugiati. Dar loro lavoro e vita degna. Far usare loro le scuole, gli ospedali e i pozzi che vengono scavati per l’acqua. L’Uganda, scopro, è un reale modello per il mondo con il suo milione di rifugiati per trenta milioni di abitanti. In un’epoca in cui l’Occidente si chiude, l’Uganda si apre. L’Italia, per esempio, riceve 170mila migranti e rifugiati per sessanta milioni di abitanti, e c’è chi è pronto a gridare all’invasione. Nella Zona 5 di Bidibidi mi convinco: questo è l’unico modello percorribile, dal momento che i movimenti migratori non si possono fermare, e forse si dovrebbero quindi governare. Seguo una famiglia in tutto il percorso dentro i vari tendoni, dal camion alla consegna dei foglietti punzonati: forse non lo sanno, ma quelli sono i loro nuovi documenti d’identità. I documenti di Bidibidi.

 

Poi, dopo averli salutati, esco dai grandi tendoni bianchi e mi ritrovo in mezzo alla terra gialla. Un puntino nel mezzo di uno sterminato campo di rifugiati. Mi sale una domanda stupida, quale sia l’origine dell’odio. L’odio che ha generato tutto quello che mi circonda, che muove milioni di persone, altro che l’amore. E di nuovo mi ricordo delle parole di Levi. «L’odio. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate». Mi accontento. Con questi pensieri, lasciamo Bidibidi.

 

Mentre sto per salire sul piccolo Piper che mi riporterà a Kampala, la capitale, rimugino. La frase di Primo Levi finiva così: «Anche le nostre». Allora sì, sono sicuro. Ciò che è accaduto può ritornare. E riguarda tutte le coscienze, di sicuro anche la mia.