DIARIO DI UN'IMPRESA  QUASI IMPOSSIBILE

di Roberto Schirru

 

 

Mercoledì 29 luglio 2015

 

Ore 02.56 della notte: siamo finalmente arrivati a Kampala! Uso il punto esclamativo perché la Turkish Airlines ha fatto uno scalo extra a Kigali, in Ruanda, e ci ha fatto perdere circa 3 ore. Insieme a me c'è Victoria, un'amica spagnola anche lei contagiata dalla voglia di aiutare questa piccola scuola alla periferia di Kampala, che ho scoperto lo scorso anno durante un viaggio in Uganda, presso il Lago Vittoria. Arriviamo ad Entebbe, in Uganda, nel cuore della notte equatoriale. Dopo quasi 24 ore di poltroncine, qualsiasi cosa orizzontale, anche il sudicissimo pavimento dell’aeroporto di Entebbe vale quanto un materasso ad acqua. Victoria invece preferisce la veglia e le poltroncine.

Alle 6.45 arrivano Bonniface, il preside della scuola-orfanotrofio (36 anni), sua moglie Nunkya, l’insegnante di Scienze sociali Hassan, insieme al tassista. Un’aria tersa mattutina, appena purificata dall’avvio della stagione delle piogge e ancora vergine dalla quotidiana violenza dei gas di scarico, avvolge gli abbracci, i sorrisi e i convenevoli di benvenuto di due culture, due mondi, due speranze. Di solito, un fuoristrada a passo lungo Toyota o un minivan (sempre Toyota) sono i mezzi che accolgono gli stranieri che arrivano nell’Africa orientale. A noi tocca il minivan. Sembra di essere nella Germania dell’Est prima del muro: qui il minivan Toyota è come la Trabant: onnipresente, unico e quasi sempre di colore bianco. E la Toyota sembra essere l’unica concessionaria di Stato per la mobilità pubblica…

Sulla Entebbe Road risaliamo verso Nord la piccola penisola che si incunea nel Lago Vittoria, sede del protettorato britannico, prima che la capitale venisse spostata a Kampala, circa 30 km più a Nord. La “città lineare” si srotola lungo questa striscia di terra rossa. Un’infinita sequela di baracche di legno e scampoli di compensato insieme ad infiniti brandelli di fantasia materica, case in mattoni rossi a volte intonacate e dipinte con colori sgargianti, tetti di onduline arrugginite. Un caos urbanistico, ombreggiato dalla onnipresente polvere rossa, una specie di fondotinta pesante sul volto di una ragazza invecchiata in adolescenza. Per chi ha un palato urbanistico e architettonico nordeuropeo, vivere nell’Africa urbanizzata o semi urbanizzata è una tortura continua. 

Ci fermiamo per comprare due materassi “3 x 6 piedi” (circa 80 x 180 cm), per i quali spendiamo 50.000 scellini ugandesi (UGS) l´uno (circa 14 euro), insieme a due reti anti-zanzara. Nella casa che abbiamo affittato (due stanze e un cesso alla turca) non c’è infatti assolutamente nulla. Prenderemo alloggio in serata, prima di tutto vogliamo andare alla scuola.

Ci arriviamo sotto una pioggia battente ed improvvisa che durerà fino alle 13.00. Questo è un aspetto che non avevo preso in considerazione, fondamentale quando si ha a che fare con la costruzione di case e cose all’aperto. Penso immediatamente alle sole cinque settimane di tempo che abbiamo a disposizione per fare tutti i lavori previsti e ricordando gli oltre 6.000 euro che quasi  100 donatori - tra cui molti dei nostri parenti e migliori amici e conoscenti – ci hanno affidato, mi viene la pelle d’oca. Questo non è un viaggio di piacere, è una sfida, una di quelle occasioni dove tutto quello che sai, tutto quello che puoi va messo in pratica e dove occorre tentare di fare quanti meno errori possibile, in un ambiente molto differente dal nostro. Ma forse solo in parte…

Arrivano in bambini, gli orfani della St. Juliana Parents School, che ci salutano nella tipica maniera che si riserva agli anziani, ovvero inginocchiandosi fino a terra e allungandoci la mano destra, sostenendo il braccio con la sinistra. Questo fu anche il saluto che venne riservato a Livingstone, Stanley, Spike e Grant, gli ultimi due, i primi bianchi che nel 1863 arrivarono nell’allora regno di Buganda, l’odierna regione di Kampala. Gli occhi delle bambine e dei bambini si incollano ai nostri, sono magnetici, così come gli sguardi di tutti. Qui noi siamo “Muzungu”, ovvero tutti quelli che sono “non neri”. Ci si mangia con gli occhi, sempre, vicendevolmente e in queste differenze di pelli, capelli e fattezze risiede la poderosa e straordinaria nostra storia evolutiva.

Mentre Victoria incomincia ad innamorarsi di ogni singola bambina e bambino della scuola, io cerco di capire meglio i lavori da fare. Non perdiamo tempo, in attesa che si liberi la nostra stanza possiamo già fare una prima analisi della logistica insieme a Bonniface, che per l’occasione sfoggia il suo miglior abito color crema. Per primo scopriamo che la costruzione in mattoni rossi da ultimare non appartiene più alla scuola: è stata pignorata dalla banca in aprile, per saldare i debiti accesi par pagare gli stipendi agli insegnanti (100.000 UGS, circa 30,00 euro al mese) e il cibo per i 40 orfani che quest’anno frequentano la scuola. Il riscatto costerebbe circa 4.000 euro. Si abbandona il progetto di completare quest’opera e decidiamo di aggiungere due sezioni laterali alla baracca in legno che attualmente ospita quattro classi. Anch’esse saranno costruite in legno, dato che in muratura costerebbero troppo, tranne le fondazioni, che saranno invece in muratura per evitare che i pali marciscano. In media il legno può durarne in queste zone anche 30 anni.

Il pozzo non si può fare “a mano”, come previsto, dato che la falda risulta essere tra i 70 e i 120 metri di profondità. Tuttavia lascio una porticina aperta, in attesa di un preventivo per una trivellazione convenzionale. Qui non esiste un acquedotto, l’acqua viene portata con autobotti che riforniscono i pochi privati che possono permettersi di acquistare serbatoi da 10.000 litri. I quali, a loro volta, la rivendono ai propri vicini a 400 UGS (0,11 euro) al bidone. Ci guadagnano almeno 3-4 centesimi di euro a bidone. Propongo a Bonniface di fare lo stesso, in modo che sia assicurata una buona riserva d'acqua per i bambini e contemporaneamente possa avere una nuova entrata finanziaria per la scuola, rivendendo l’acqua a tutto il vicinato.  Se poi si riuscisse a fare un pozzo autonomo, il guadagno sarebbe altissimo. Questo, sommato al pollaio e alla vendita delle uova, nonché al miglioramento generale della scuola che attirerebbe alunni di famiglie più ricche, renderebbe la scuola autonoma.

Verso le 13.00 si va in città per comprare due pentole grandi con il coperchio (fino ad ora nella scuola ne utilizzavano una piccola e dovevano cucinare due volte utilizzando il doppio della legna) e soprattutto un contenitore per l´immondizia. Chiedo a Bonniface di proibire tassativamente di bruciare plastica nel perenne fuoco dell´immondizia che arde non solo in un angolo del cortile della scuola, ma anche in qualsiasi cortile di qualsiasi agglomerato africano (e non solo…). Da ora in poi tutta la plastica dovrà essere messa nel “dustbin”.  Nella città compriamo anche una sega circolare per 500.000 UGS (147,00 euro, dopo un’estenuante trattativa partita da 700.000 UGS, 205,00 euro!), indispensabile per i lavori con il legno. Compriamo anche una simcard per la connessione internet e altre piccole cose per il nostro soggiorno.  Riusciamo anche a cambiare i primi 1.500 euro. Teniamo due casse distinte, quella delle spese personali e quella della scuola. A conclusione dello shopping, invitiamo a pranzo Bonniface e sua moglie Nankja. Menù: un piatto composto da riso in bianco, “posho” (una polenta di farina di mais bianco), una fagiolata da mischiare con il riso e il posho, patate e un uovo sodo a testa. Porzioni da camionista… Totale per tutti e quattro 20.000 UGS (5,88 euro), acqua inclusa.

Alle 18.00 partiamo dal “Kampala bus terminal”, due enormi spiazzi fangosi, grandi quanto 3 campi di calcio l’uno, dove si anima tutta la vita della città. Forse soprattutto in questi luoghi la definizione di città come “luogo di incontro e di scambio di beni e servizi” e non tanto come “agglomerato di case” è chiarissimo. In Europa gli scambi avvengono quasi sempre al chiuso, tranne i mercatini all’aperto. Qui le viscere, la fisiologia della città sono sempre in mostra, incessantemente. Il terminal à un caos di minivan Toyota, nessun segnale, nessuno stallo. Sai che tale autobus va in una data direzione solo perché lo sai o te lo hanno detto, o perché i rispettivi bigliettai ti invitano a prendere il loro bus chiedendoti dove vai. Si parte, come in quasi tutto il Terzo mondo, non appena il minivan è pieno almeno all’80%, di solito dopo circa 20-30 minuti. 

Dopo quasi due ore di viaggio nel traffico spaventoso e polveroso di Kampala, siamo nella nostra camera. Non esiste l´acqua corrente, l´unico lusso sono 3 lampadine di luce fredda, nessun mobile. Ceniamo con alcune banane insieme al solito posho, accompagnato da una ratatouille di peperoncini e pomodori preparato dalla cucina della scuola. Elik, un bambino di 9 anni e Aysha, una bambina di 11, ci portano i piatti. La nostra casa dista meno di 100 metri dalla scuola. Devastati dalla stanchezza (siamo in ballo dalle 04.00 di martedì mattina, adesso sono le 22.30 di mercoledì), ci addormentiamo, sotto le reti antizanzare appese ai rispettivi fili delle lampadine delle due stanze a disposizione. Saremo svegliati letteralmente dal canto del gallo, alle 6.05 del giorno dopo.